Costruttore di forme per istinto e per pratica…
Giugno 20, 2008
• Testo critico in occasione della personale in Maranola di Formia, luglio 2005.
Costruttore di forme per istinto e per pratica, Maurizio Aprea nasce all’architettura come figura immaginosa e barocca nella sensibilità, come personalità che, pur tra i tanti rumori d’oggi, rimane innamorata dei colori vivi e delle forme plastiche della tradizione mediterranea. Numerosi sono i correttivi ideologici che sostanziano la sua via : dal compulsivo richiamo gotico alla linea ondulata e ritmicamente svolta che definisce sentimenti di commozione sottile in un’incantata atmosfera di grazia alla filosofia e all’estetica romantica, dall’umanesimo marxista di matrice italiana fino all’intersezione e alla reinterpretazione delle derive estetiche della contemporaneità. Si sostanzia, così, una personalità eclettica che impasta le forme del passato in una complessa sperimentazione di spazi, di materiali e di decorazioni corroborata, tra l’altro, da una diretta e continua collaborazione con gli artigiani che lavorano la pietra, il legno e il ferro rendendosi egli stesso, sia in architettura, come in pittura e nella scultura artigiano alla Gaudì, e cioè nel senso della migliore tradizione storica. Resa nel tempo l’architettura a strumento e bisturi per incidere e sostenere i piani di vita, Aprea sdogana e reinveste tutto il suo mondo intimistico e sentimentale, le tante costanti psicologiche e valori quali la famiglia, il paese marino d’origine, la vita dei campi insieme ai riti e alle tradizioni marinaresche, lo spirito marxiano-messianico insieme ad un entusiasmo che riecheggia la vita mitica del villaggio, in pittura e nella scultura. Questi temi vengono rivissuti dall’autore attraverso una trasfigurazione lirica del ricordo e della memoria che, attraversando e contaminandosi con i flussi estetici della contemporaneità, conferisce al suo racconto figurale un carattere di favola a volte, di approfondimento inquietante e coscienziale dei propri contenuti onirici altre volte. E gli esiti vanno, in pittura, dalla scomposizione cubista per piani cromatici del Pescatore con pipa (2000) alla ricomposizione sintetica ed esistenziale de Il pescatore (2001), dallo stridore figurativo e postmoderno di Thalassa (i corpi sono deformati, quasi decostruiti alla maniera del Portrait of John Edwards di Bacon dell’86) del 2001 al lirismo onirico, sfaccettato e dopoesistenziale de Il sogno (1996) o de L’uomo con la pipa (1999). Ma ancora più intrigante è il traguardo che raggiunge Aprea nella scultura. In legno o pietra che sia, Aprea si libera qui d’ogni rapporto gerarchico e di subordinazione al soggetto e giunge ad una grammatica plastica fondata sull’essenzialità e la chiarezza delle forme. Crea sculture che ricordano quelle in legno tagliate con l’ascia da Brancusi, chiara testimonianza di un lessico figurale ispirato al primitivismo, a un certo gusto per l’astrazione, alla ricerca della forma-tipo e/o della forma genitrice/genitoriale intesa come punto d’incontro del principio e della fine. Ecco allora apparire e vibrare forme quali Riflessione dura (19..), Danza Greca (2004) , Risveglio (2004), tutte opere nelle quali Aprea guarda alla scultura egizia, cicladica e messicana, a quella cubista, a quella postmodernista e decostruttivista riassorbendone, però, tutte le suggestioni in un’esemplare unità stilistica. In un certo senso, l’impegno scultoreo di Aprea sembra voler solidificare, contro la temporalità, il lirismo della durata delle cose e del riverberarsi di tale durata nella coscienza.
Mediterranee et d’autre rives
Giugno 20, 2008
Mediterranee et d’autre rives ( Cesare del Vescovo)
Testo critico in occasione della mostra “Mediterranee et d’autre rives” presso la sede della B.E.I. Banca Europea degli Investimenti . in Lussemburgo, 2003.
Sulla scorta dell’umanesimo marxista di matrice italiana (Silone e Carlo Levi, Pavese, Pasolini ed altri), Maurizio Aprea mette in forma i contenuti antropologici di una certa mediterraneità, ingredienti che spaziano dalla pastosità del colore sempre un po’ bruno alla viscosità del verde ulivo, dalla bruma dei pensieri alla melanconia delle forme umane. Nessun contenuto, nessun timbro di colore è mai strillato : tutto, al contrario, è pesato, ripensato e progettato. Su campi limitrofi alla pittura, l’atteggiamento artistico dell’autore ricorda gli sforzi che, in architettura, Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi dovettero affrontare per ri-mettere in forma idee allora trascurate; con fare silenzioso ma risoluto, antichi valori vennero rispolverati dalla storia, riesumati e rivisti come istanze che, liberando il passato, ci presentano la dialettica tra il vedere nuove cose con vecchie lenti e il vedere cose vecchie con lenti nuove : l’unità di vicinato del primo a La Martella e la forza espressiva del miglior artigianato al quartiere Tiburtino del secondo. Tutti elementi d’indubbio sapore mediterraneo.
Dati questi assunti, le pitture di Aprea abbandonano l’eloquenza formale per un discorso ruvido e elegante, riscoprono il paesaggio del mondo rurale come antica terra d’origine e idealizzato luogo di libertà dalle costrizioni della civiltà urbana, recuperano il denso e significante passato dell’infanzia, ricercano, in uno spazio sospeso tra mito e rugosa realtà una poesia/quadro che si faccia racconto e, inversamente, un discorso narrativo che si apra a cadenze liriche e simboliche. Ma soprattutto Aprea cerca di mettere su tela i propri convincimenti, dubbi e rovelli ideologici in un’arte civile di estrazione social-marxista che utilizza dettati artistici nati intimisti ma riesumati attraversando forme manieristiche, barocche, funebri e sperimentali. Così, ingredienti quali il fascino del primitivo, la critica della borghesia reazionaria insieme alla mitizzazione della civiltà contadina e mediterranea creano opere quali Le portatrici d’acqua (1986) o Il grande ulivo (2001), mentre le trasfigurazioni liriche e meditative approdano, in sorprendente prossimità con alcuni dipinti di Carlo Levi, alla Grande donna con vaso (1987), a Cleopatra (2001) e, infine, a La raccolta dell’acqua (2002).
Se l’arte rappresenta l’unico rifugio dove sono ancora ammessi e perfino apprezzati l’estro e le iniziative personali; se gli uomini hanno finalmente scoperto che è divertente essere sbalorditi; se l’esito dell’opera creativa ci aiuta a diagnosticare lo stato della nostra civiltà artistica perché solo l’arte ci offre un barlume di perfezione in questo imperfettissimo mondo; e se, infine, la psicologia ha fatto sorgere interessi che hanno portato gli artisti e il pubblico a esplorare zone della psiche umana considerate prima con ripugnanza o come tabù, tutto questo è presentito da Aprea. Per l’artista, l’eccitamento che gli proviene dal bisogno interno non corrisponde mai ad una forza che colpisce solo momentaneamente, su una sola opera, bensì ad una forza che agisce di continuo e che investe tutta la sua produzione. Trovare l’oggetto/immagine non è che ri-trovarlo; e il ritrovamento, indispensabile attraversata edipica, contribuisce a dare alla relazione oggettuale la sua dimensione di piacere riconquistato, di mondo/valore antico già intraveduto, perduto e ritrovato. Lo stato di grazia della creazione artistica coincide così con lo slancio della passione, proviene dalla simultanea recrudescenza dei traumatismi di separazione i cui effetti si vogliono però abolire per entrare in un universo di completezza, per esorcizzare la solitudine, per essere compresi, per immaginare che ci sarà sempre un essere che potrà in parte o in tutto o sempre comprendere, comprenderci dalle nostre mezze parole o anche senza parole. Se l’uomo scientifico sa che non c’è più posto per l’onnipotenza dell’uomo nel mondo perché ha riconosciuto la sua piccolezza e si è rassegnato alla morte, Aprea affida alle pulsioni creative e alle sue abilità tecniche la possibilità della barriera, tenta di evitare la regressione mortifera imprimendo alle diversioni del principio di realtà una spinta creativa. Del resto, il fare artistico implica sempre un pensare nella direzione della gratificazione, un sapere che la vita non è fatta di solo pane ma anche di nuvole e rose, un comprendere che l’esistenza incomincia ad avere un senso solo quando scopriamo per quali ragioni non lo ha.
Maurizio Aprea, ovvero dell’entusiasmo terrestre…
Giugno 20, 2008
Maurizio Aprea, ovvero dell’entusiasmo terrestre…di Robertomaria Siena
” dal regno dell’arte vanno appunto bandite le potenze oscure ” .
G.W.F. Hegel
” anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo “
F. Nietzsche
La nostra civiltà del disincanto non ha eliminato il Sacro dal suo orizzonte; nell’Occidente platonico e cristiano al Sacro si accompagna irrimediabilmente lo spiritualismo il quale punta, da sempre, all’esorcismo velenoso della carne e della materia. A questo esorcismo si oppone una posizione che, al contrario, rivendica la dignità del sensibile e del fenomeno. Maurizio Aprea si tuffa a capofitto in tale dualità e si schiera (decisamente) con le ragioni che puntano a confutare Platone. L’armache sceglie è quella affilatissima della pittura; ritenendo (giustamente) che l’eclissi della carne comporti la caduta in una notte paludosa, lega indissolubilmente la pittura ad una solarità che non conosce tramonto e dubbio. La potenza solare alimenta la terra e terra e sole si giustificano a vicenda. La trionfante tellus del pittore, di seguito, viene abitata da personaggi immensi e defigurati i quali compiono due operazioni: rifiutano (per l’ennesimavolta) la Bellezza Ideale e denunciano la propria appartenenza ad un impero fantastico opposto a quello dell’empiria. Chi sono questi personaggi? Su questo punto Maurizio Aprea è chiarissimo: siamo noi liberati dal fiato vampiresco dello spiritualismo; noi assorbiti all’interno di una luce che non disincarna e che, al contrario, favorisce l’incarnazione, la cerca, la persegue con ostinazione, puntualità ed entusiasmo.
Detto questo, si capisce perché Aprea non pensi minimamente di aderire all’anoressia delle neoavanguardie. Solo la pittura, afferma con forza, può garantire quella celebrazione della carne e della vita a cui permanentemente tendono le forze congiunte dell’artista.
Robertomaria Siena
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in occasione della personale a Genzano di Roma, 2002.
